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Come aiutare un figlio che deve scegliere

Lo vedi fermo, o che sceglie per esclusione, e vorresti fare qualcosa di utile senza decidere al posto suo. La domanda difficile non è quale strada sia quella giusta: è come starci accanto mentre la cerca.

di Lucia Baraschi, orientatrice professionale

Un tavolo di cucina al mattino con due tazze e una sedia ancora vuota

La domanda che ti fai non è quale facoltà

Quando un figlio è davanti a una scelta e non sa da che parte prenderla, la prima reazione quasi sempre è muoversi: cercare informazioni, chiedere in giro, prenotare open day, portare a casa numeri sugli sbocchi. È un modo di voler bene, e nasce da una preoccupazione legittima.

Poi però succede una cosa curiosa: più materiale arriva, più lui si sfila. Non perché non gli importi, ma perché la scelta ha cominciato a somigliare a una cosa tua. E una scelta che non senti tua è difficile da portare avanti, soprattutto quando diventa faticosa.

Il punto

Aiutare non è risolvere

C'è una differenza tra togliere un ostacolo e attraversarlo insieme. Le informazioni tolgono ostacoli, e servono. Ma il nodo raramente è la mancanza di informazioni: spesso è che non ha ancora un criterio per pesare quelle che ha già.

L'altra strada, il silenzio per non mettere pressione, ha lo stesso effetto per motivi opposti: da fuori non si distingue dal disinteresse. Il punto di equilibrio non sta nel dire meno, sta nel cambiare tipo di presenza: meno soluzioni, più domande, e la disponibilità a stare un po' nell'incertezza senza risolverla subito.

Tre momenti diversi, la stessa domanda

Il modo di stare accanto cambia a seconda di dove si trova. Quello che non cambia è che la scelta resta sua.

  • Sta per finire le superiori

    Qui la fretta è tutta nel calendario: scadenze, test, iscrizioni. E il rischio più comune è che il campo delle possibilità sia più stretto di quanto sembri, fatto delle strade più vicine, quelle nominate a scuola o in famiglia.

    Prima di aiutarlo a scegliere può essere utile aiutarlo ad allargare: che cosa esiste che non ha ancora guardato, chi potrebbe raccontarglielo davvero, quali strade oltre l'università. Se invece le opzioni sono tante e sembrano tutte ugualmente sensate, il lavoro è opposto: non aggiungere informazioni, ma trovare un criterio per pesarle.

    Le due guide che servono qui sono Dopo il diploma: quale direzione? e Non so che università scegliere.

  • È già all'università e qualcosa non torna

    Frasi come «non fa per me» o «non riesco a studiare» si leggono facilmente come pigrizia, o come un errore da correggere in fretta. Spesso invece sono informazione: dicono che qualcosa nella scelta va verificato. Prima di parlare di cambiare, vale la pena capire se il problema è il corso, l'ateneo o il momento. Ne parla Ho sbagliato università?

  • Ha finito e non riparte

    Il tempo che passa può pesare su di te più di quanto pesi su di lui, e quella fretta si trasmette: ogni conversazione diventa una verifica. Qui aiuta distinguere il non sapere che direzione prendere dal non riuscire a muoversi, perché sono cose diverse e chiedono risposte diverse. La guida di riferimento è Dopo la laurea: quale direzione?

Le frasi che chiudono, e le domande che aprono

«Ma tu cosa vuoi fare nella vita», «guarda che poi con quella non trovi lavoro», «decidi, che è ora». Non sono frasi cattive, e chi le dice di solito vuole solo smuovere qualcosa. Il problema è la dimensione: sono domande così grandi che l'unica risposta possibile è «non lo so», e la conversazione si chiude lì.

Le domande che aprono sono più piccole e più concrete, e non chiedono di decidere niente. Che cosa ti è piaciuto di quella lezione. Come passeresti una giornata tipo, se potessi sceglierla tu. Di quello che hai visto finora, che cosa scarteresti per primo. Sono domande a cui si può rispondere senza impegnarsi, e proprio per questo si risponde.

La porta socchiusa di una camera, con la luce del corridoio che entra
Lo stesso tavolo di cucina la sera, con una sola tazza e la luce accesa

Quando l'ansia è la tua

C'è una preoccupazione che riguarda lui, e ce n'è una che riguarda te: il bisogno di vedere la cosa sistemata, di poter dire che è a posto. Sono legittime entrambe, ma non vanno nello stesso posto. La seconda, se entra nella conversazione, arriva come pressione.

Una verifica onesta, da farsi prima di parlare: quando chiedi «hai deciso?», lo stai chiedendo per lui o per te? Se la risposta è per te, quella domanda può aspettare.

E se quello che vedi va oltre il dubbio su una scelta, se c'è un ritiro che dura o un malessere che non passa, quello non è terreno da orientamento: è il momento di rivolgersi a una figura diversa, e chiederlo non è un fallimento.

Un primo passo, oggi

Scegli un momento neutro, non a tavola e non dopo una discussione, e fai una domanda sola. Non «hai deciso», ma qualcosa di piccolo: che cosa ti è sembrato interessante ultimamente, anche fuori dalla scuola. Poi ascolta senza proporre niente. Se la conversazione finisce lì, va bene lo stesso: hai riaperto una porta, e le porte si riaprono meglio se non ci si entra subito.

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