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Dopo il diploma: quale direzione?

Finita la maturità la domanda ti arriva quasi sempre in una forma sola: quale università. Ma dopo il diploma le strade sono più di una, e prima di sceglierne una conviene sapere quante ne hai.

di Lucia Baraschi, orientatrice professionale

Zaini appoggiati a terra fuori da scuola, all'ultimo giorno, con qualcuno di spalle in lontananza

La domanda che ti fanno ha già scelto

«Allora, che università fai?» Nei mesi intorno alla maturità è la domanda che senti più spesso, e sembra una domanda aperta. Non lo è: ha già deciso che si va all'università, e ti lascia scegliere solo quale.

Non c'è niente di male nell'università. Il problema è che una domanda posta così ti fa saltare un passaggio: quello in cui guardi tutte le possibilità e capisci quale ha senso per te adesso.

Le altre strade esistono, e alcune sono molto concrete. Semplicemente in quelle settimane nessuno le nomina.

Perché sembra che la strada sia una sola

Ci sono tre motivi, e riguardano il contesto più che te. Il primo è che l'orientamento che incontri in quinta parla soprattutto di atenei: gli open day li organizzano le università, quindi le università sono le più visibili.

Il secondo è che vi iscrivete tutti nello stesso periodo. Quando venti compagni compilano la stessa domanda a luglio, iscriversi smette di sembrare una scelta e comincia a sembrare la normalità. Fare quello che fanno gli altri non sembra decidere, e proprio per questo non ci si pensa due volte.

Il terzo è il vocabolario. Alcune strade hanno nomi che a scuola non si sentono quasi mai, e una cosa di cui non conosci il nome non la puoi cercare.

Quattro direzioni, non una

Non serve un elenco di tutti i corsi esistenti, servirebbe solo ad aumentare la confusione. Serve sapere che le possibilità si raccolgono in quattro direzioni diverse, e che ognuna ti chiede e ti restituisce cose diverse.

  • Studiare a lungo

    L'università, nelle sue forme: triennale, ciclo unico, corsi a numero programmato. È un impegno di anni e resta la strada obbligata per alcune professioni, quelle in cui il titolo è una condizione di accesso e non un vantaggio. Ha senso quando hai almeno un'idea di che cosa vuoi imparare, non solo di dove vuoi iscriverti.

  • Imparare un mestiere

    ITS, accademie e istituti, formazione professionale, corsi tecnici, scuole di settore. Sono percorsi più corti, molto più pratici e quasi sempre legati a un lavoro preciso. È la direzione di cui a scuola si parla meno, e per questo viene scartata prima di essere guardata.

  • Entrare

    Lavoro, apprendistato, concorsi, percorsi in divisa. Entrare adesso non chiude niente: chi lavora a diciannove anni può iscriversi a ventitré con le idee molto più chiare. Vedere da dentro come funziona un mestiere è un'informazione che nessun open day ti dà.

  • Prendere tempo, dichiarandolo

    Un anno all'estero, il servizio civile, il volontariato, un lavoro stagionale scelto per capire. È la direzione con la reputazione peggiore, perché viene confusa con il non decidere. La differenza sta in una cosa sola: un tempo con un obiettivo scritto è una scelta, un tempo senza è un rinvio.

Se la prima direzione è quella che senti più tua e il dubbio riguarda quale corso scegliere, la guida su come scegliere l'università entra nel dettaglio di quel passaggio.

Il criterio: dopo quanto tempo lo scopri

A diciannove anni la domanda che gira è quale strada sia la migliore. È una domanda a cui nessuno può rispondere al posto tuo, e per fortuna non è quella che serve.

Ce n'è una più utile: quanto tempo passa prima che io capisca se ci ho preso? Le quattro direzioni non si equivalgono su questo. Un percorso pratico o un lavoro ti danno un riscontro nel giro di qualche mese, perché fai subito le cose vere. Un corso lungo può metterci un anno e mezzo, perché all'inizio studi le basi e la parte che ti aveva attirato arriva dopo.

Non vuol dire che i percorsi lenti siano peggiori. Vuol dire che, se sei molto incerto, una direzione che ti risponde presto vale più di una che ti chiede di aspettare. E vale la pena chiedersi anche quanto costa cambiare idea da lì: da alcune strade si esce senza perdere quasi niente, da altre si esce lasciando indietro un anno.

Un banco da lavoro in un laboratorio, con le mani di qualcuno che sta imparando un mestiere
La scrivania di una camera il giorno dopo la maturità, con i libri delle superiori chiusi da parte

Le frasi che senti dire

Appena nomini qualcosa che non sia l'università, arrivano quasi sempre le stesse tre frasi. Meritano una risposta seria, perché ognuna contiene una parte vera.

«Senza laurea non vai da nessuna parte.» Per alcune professioni è letteralmente così, e sono quelle in cui il titolo è un requisito di legge. Per molte altre non lo è, e conta di più che cosa sai fare. La frase è vera solo se prima specifichi di quale lavoro stai parlando.

«Intanto iscriviti, se non ti piace cambi.» È vero che si può cambiare. Ma iscriversi per non decidere è una scelta anche quella, presa senza accorgersene, e il conto arriva un anno dopo. Se ti iscrivi, che sia perché vuoi quel corso, non perché è il modo più semplice di rimandare.

«Sei troppo giovane per saperlo.» Su una cosa ha ragione: a diciannove anni è normale non avere una risposta definitiva, e nessuno te la sta chiedendo. Ma non sapere che cosa vuoi fare per sempre è diverso dal non sapere che cosa fare adesso, e la seconda domanda una risposta ce l'ha.

La scadenza non è la scelta

In quei mesi la pressione del calendario è fortissima: i test, i bandi, le iscrizioni, le date che circolano nelle chat di classe. Alcune scadenze sono reali e vanno rispettate, e vale la pena scriverle tutte su un foglio con la data vera accanto.

Serve però tenere separate due cose. Una scadenza ti dice entro quando devi consegnare qualcosa, non che cosa devi volere. E quasi tutte queste strade non finiscono a settembre: molti percorsi partono anche a gennaio, e per l'università c'è sempre l'anno dopo. Perdere un'iscrizione è recuperabile, passare tre anni nel posto sbagliato lo è molto meno.

Un primo passo, oggi

Scrivi le quattro direzioni una sotto l'altra e, accanto a ciascuna, il nome di una persona che l'ha presa davvero. Un cugino, la sorella di un amico, qualcuno che hai conosciuto d'estate, un ex studente della tua scuola. Poi scrivi la domanda che gli faresti, e che non sia «ti trovi bene?»: chiedi com'è una settimana normale.

Dove non riesci a scrivere nessun nome, hai trovato la cosa più utile della giornata. Non è la direzione che non fa per te: è quella di cui non sai ancora niente, e finché è così non la stai scegliendo, la stai solo saltando.

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