Dopo la laurea: quale direzione?
Hai finito, o stai per finire, e la domanda arriva già ristretta a due strade. Ne hai molte di più davanti: la parte difficile non è sceglierne una, è capire quale vale la pena esplorare adesso.
di Lucia Baraschi, orientatrice professionale
Il campo si restringe da solo
Nei mesi intorno alla laurea la domanda arriva quasi sempre già ristretta. Te la fanno in una forma sola, «e adesso, magistrale o lavoro?», e tu rispondi dentro quel perimetro senza accorgerti che il perimetro l'ha disegnato la domanda, non la realtà.
Non è che le altre strade siano nascoste. È che nessuno le nomina nello stesso momento in cui ti si chiede di decidere, e una possibilità che nessuno nomina fatica a sembrare una possibilità vera.
Prima di scegliere una direzione, quindi, conviene guardare quante ne hai davvero davanti.
Perché le strade sembrano sempre due
Ci sono tre motivi, e nessuno dei tre riguarda te. Il primo è il linguaggio di chi ti sta intorno: in famiglia e tra i conoscenti si nominano le opzioni riconoscibili, quelle che si possono spiegare in una frase a cena.
Il secondo è il confronto con i compagni di corso. State finendo insieme, quindi vedi soprattutto quello che fanno persone con la tua stessa laurea e più o meno la tua stessa storia. Quello che vedi non è la mappa delle possibilità, è la mappa di chi ti sta vicino.
Il terzo è il calendario. Le immatricolazioni hanno una scadenza, e una scadenza mette in agenda una decisione che magari non era ancora matura. Le altre strade non hanno una data, quindi non chiamano.
Quattro direzioni, non due
Un modo per allargare senza aggiungere confusione è smettere di elencare le possibilità per nome e guardarle per quello che ti lasciano. Quasi tutto quello che puoi fare nei prossimi mesi rientra in quattro direzioni, e dentro ciascuna le opzioni concrete sono parecchie.
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Approfondire
Magistrale, master, corsi di specializzazione, certificazioni, fino al dottorato e alla ricerca. Serve a stringere su un ambito e a ottenere qualcosa che oggi non hai: un metodo, un linguaggio tecnico, a volte un titolo che è condizione di accesso a una professione. Funziona quando sai già su che cosa vuoi stringere.
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Entrare
Lavoro dipendente, tirocinio, apprendistato, concorsi. Non è la fine dell'esplorazione, come spesso viene raccontata: è il modo più diretto per vedere da dentro come si fa un mestiere e quali sue parti ti riguardano davvero. Nessuna descrizione di un ruolo regge il confronto con una settimana passata a farlo.
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Andare fuori
Un periodo all'estero per studio, per lavoro o anche solo per la lingua. Cambia due cose insieme, il contesto e il modo in cui comunichi, e proprio per questo restituisce informazioni che da qui non arrivano: come te la cavi quando le abitudini non ti aiutano più.
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Prendere tempo, dichiarandolo
Servizio civile, volontariato, un progetto breve, un periodo dedicato apposta a capire. È la direzione con la reputazione peggiore, perché viene confusa con il non decidere. La differenza sta in una cosa sola: un tempo con un obiettivo scritto è una scelta, un tempo senza è un rinvio.
Le prime due direzioni sono quelle che tornano più spesso, e messe una di fronte all'altra formano il bivio classico di chi esce da una triennale. Se il tuo dubbio si è già ristretto lì, la guida su magistrale o lavoro entra nel dettaglio di quel confronto.
Il criterio: che cosa vuoi che ti lasci
Confrontare quattro direzioni una accanto all'altra è impossibile finché restano etichette. Diventa possibile se le guardi per quello che ti mettono in mano alla fine.
Le cose che un periodo può lasciarti sono poche e si contano: una competenza che prima non avevi, una prova sul campo, una lingua, una rete di persone, autonomia economica, chiarezza su cosa vuoi. Nessun periodo le dà tutte, e quasi tutti ne danno due o tre.
Allora la domanda utile non è quale strada sia la migliore, ma quale di queste cose ti manca di più adesso. Se ti manca la prova sul campo, un altro anno di studio ti lascerà comunque senza. Se ti manca la chiarezza, un lavoro preso in fretta rischia di rimandarla ancora.
Le tre obiezioni che senti dire
Appena nomini qualcosa di diverso dalle due strade classiche, tornano quasi sempre le stesse frasi. Vale la pena guardarle in faccia, perché contengono una parte vera e una parte no.
«È tempo perso.» Dipende da che cosa ci metti dentro. Un anno in cui verifichi due ipotesi concrete non è perso, un anno in cui aspetti che passi lo è. E questo vale anche per un anno di magistrale.
«Poi ti ritrovi il buco nel curriculum.» Un periodo che sai raccontare non è un buco. Quello che pesa in un colloquio non è l'interruzione in sé, è non saper dire che cosa ci hai fatto e perché.
«Se esci dal giro non rientri più.» Rientrare costa più fatica, e sarebbe disonesto dire il contrario. Ma non diventa impossibile: succede continuamente, e spesso con una ragione molto più chiara di quella che si aveva prima di uscire.
Quando il calendario decide per te
C'è però una fretta che è reale e non va confusa con l'ansia: le scadenze. Immatricolazioni, bandi, borse di studio, selezioni per i programmi all'estero, visti, prove di concorso hanno date che non si spostano.
Vale la pena scriverle tutte su un foglio, con la data vera accanto. Serve a due cose: distinguere quello che devi decidere entro un mese da quello che puoi decidere con calma, e accorgerti se stai lasciando che la scadenza più vicina scelga al posto tuo solo perché è la prima ad arrivare.
Un primo passo, oggi
Scrivi le quattro direzioni una sotto l'altra e, per ognuna, una sola cosa concreta che potresti fare entro tre mesi: un corso preciso, un ruolo preciso, un programma preciso, un progetto preciso. Non quello che ti piacerebbe in generale, ma qualcosa che ha un nome e una data.
Dove non riesci a scrivere niente, non significa che quella direzione non fa per te. Significa che non la conosci ancora abbastanza per escluderla, ed è probabilmente lì che vale la pena guardare per prima cosa.
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